“KATARZYNA” DI GIULIA POLI DISANTO: UNA SAGA FAMILIARE RICCA DI SPESSORE NARRATIVO E APERTA ALL’AMORE
Recensione di Waldemaro Morgese.
Il genere romanzesco della “saga” familiare generazionale ha una invidiabile tradizione nella repubblica delle lettere sotto ogni bandiera nazionale. Siccome gli esempi sono numerosi, spigolerò a caso, semplicemente per dare una idea. Sfilano titoli notissimi ma anche meno noti. In Germania Thomas Mann, “I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia” e Gabriele Tergit (nom de plume di Elise Hirschmann), “Gli Effinger”. In Francia Émile Zola, “I Rougon-Macquart. Storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero” (un ciclo di 20 romanzi ove nell’ottavo è effigiato anche l’albero genealogico). In Polonia Israel Joshua Singer, “La famiglia Karnowski” (in lingua yddish). In Russia Irina Scherbakova, “Le mani di mio padre. Una storia di famiglia russa”. Poi in USA Alex Haley con “Radici”, in Cile Isabel Allende con “La casa degli spiriti”, in Colombia Gabriel Garcia Márquez con “Cent’anni di solitudine”, in Australia Collen McCullough con “Uccelli di rovo”, in Brasile Angélica Lopes con “la maledizione della famiglia Flores”. Per l’Italia è d’obbligo citare almeno “I Vicerè” di Federico De Roberto (saga degli Uzeda di Francalanza).
Bisogna aggiungere che il “frame” della saga familiare generazionale ha conosciuto in questi ultimi anni, proprio in Italia, una vera e propria esplosione, sull’onda del fortunatissimo “I leoni di Sicilia”, storia dei Florio scritta da Stefania Auci (con il successivo “L’inverno dei Leoni”, premio Bancarella 2022).
Giulia Poli Disanto, scrittrice e poetessa di valore il cui “pedigree letterario” è ormai trentennale, scrivendo il romanzo “Katarzyna” (BesaMuci Editore, 2024, pagg. 226), che lei stessa definisce un “diario-romanzo”, si cimenta con il genere della saga familiare generazionale e lo fa con una cifra del tutto originale, dando vita ad un’opera densa, convincente, delicata e che appassiona. Sul piano strutturale è anche un’opera ben risolta, sorretta da una narrazione perfettamente in equilibrio fra le multiformi vicende dei personaggi che l’animano e lo sfondo storico-geografico.
Nel romanzo Katarzyna è la figlia adottiva di una coppia imparentata con l’Autrice che, nella sua qualità di zia, si cimenta in una ricerca sulla famiglia naturale della nipote per consentire a costei di conoscere le sue radici di sangue. Attraverso lo snodarsi di questa ricerca l’Autrice ricostruisce con grande maestria una storia familiare generazionale complessa che si svolge tutta in Polonia nel periodo che va dal 1939 ai giorni nostri. A innervare robustamente la vicenda generazionale c’è dunque anche una ricerca storica puntuale, che viene sapientemente e discretamente collocata dall’Autrice sullo sfondo, segnata da momenti topici quali l’invasione hitleriana della Polonia, la Resistenza interna, il campo di sterminio di Auschwitz, l’inglobamento della Polonia nel blocco sovietico a Seconda guerra terminata, la figura incombente di Carol Wojtyla e la religiosità cattolica, il rivolgimento radicale ad opera di Lech Walesa e Solidarność. In particolare Auschwitz impatta fortemente sulla coscienza di Katarzyna, ormai giovane donna, quando visita il campo durante un viaggio di ritorno in Polonia per conoscere i luoghi delle sue origini: «Soltanto visitando quei luoghi ci si rende conto di quanta differenza ci sia tra i libri di storia e la realtà. La sola immaginazione non basta per raccontare le sevizie, il dolore, la solitudine, le fatiche e, infine, la morte subita dai prigionieri. Ogni mattone, ogni pietra e ogni filo d’erba narravano in silenzio la terribile storia che si era consumata lì durante la Seconda guerra mondiale» (p. 211).
La genealogia della “saga”, che ho definito complessa, è scandita dall’intrecciarsi di 4 rami: quello di Varsavia (famiglie Kowalski e Lipski), i due rami di Cracovia (famiglia Sonkia-Woźniak) e il ramo
di Wadowice-Katowice (famiglia Sonkia-Kamińska). Attraverso il racconto delle vicende che coinvolgono i vari personaggi si snoda nel romanzo una vera e propria “commedia umana”, come del resto nota la stessa Autrice: «ciò che è venuto fuori è un racconto verosimile, dove i personaggi, anche se frutto della fantasia, si intrecciano con la realtà storica. Una Commedia Umana (per dirla con Honoré de Balzac), perché dietro ognuno di noi si cela una vita ricca di episodi» (p. 216).
Il romanzo è anche una appassionata storia d’amore fra Izabela (Iza) Kowalska e Andrzej Lipski, da cui nasce Joanna, il cui figlio Nadam, avuto con Józef Sonkia, si sposa con Ewelina Belczar dando la vita a Katarzyna (familiarmente Kasia), quartogenita di numerosi altri figli: figliolanza che sarà tutta sottratta dai Servizi Sociali ai genitori naturali per l’impossibilità di costoro a reggere i doveri genitoriali. Il romanzo si conclude proprio con una lettera di Ewelina alla figlia Kasia, che ha dovuto abbandonare: «Sii felice, cara figlia, ovunque tu sia! Tu appartieni alla famiglia che ti ha cresciuta e insegnato a vivere. Ma se qualche volta ti sfiora anche il più piccolo pensiero nei miei confronti, ti prego non serbarmi rancore. Per anni sono vissuta nell’ombra e nell’ombra voglio restare. Vivi la tua vita!» (p. 219). L’amore del resto ha nella narrazione un posto privilegiato e permea di sé la giovane Katarzyna, che serba nella sua mente una frase di Massimiliano Maria Kolbe, pronunciata nel momento supremo del sacrificio: “Solo l’amore crea”.
In questo modo l’Autrice affronta anche, sempre con levità e cifra discreta, i temi spinosi della genitorialità, mettendo in campo l’idea che non dovrebbe esservi contrasto ma integrazione fra le due fonti genitoriali, naturale e adottiva.
Quest’opera è a nostro avviso la prova forse più matura e più ricca di spessore di Giulia Poli Disanto in veste di romanziera e come tale la si raccomanda al lettore.